Mariagrazia Pompei: regista di “Ben, animali in cattività”

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con la regista Mariagrazia Pompei dello spettacolo “Ben, animali in cattività”, il quale andrà in scena al Teatro Petrolini nei giorni 18,19 e 20 Febbraio 2022. Con quest’intervista cerchiamo di conoscere meglio la regista e lo spettacolo stesso.

Cosa ti ha spinto ad intraprendere questa carriera? Come è iniziato il tutto? Ho iniziato a fare teatro molto presto, ad undici anni, presso la mia scuola delle medie, nel quartiere Pigneto di Roma. Poi mi sono iscritta ad un corso di recitazione a quattordici anni per poi entrare all’accademia del Teatro Nazionale di Genova a diciotto. Andavo a teatro già alle elementari sia con gli insegnanti che con la mia famiglia. Ha sempre rappresentato il luogo del dubbio e del fascino.

C’è, tra i tanti lavori svolti nell’ambito teatrale, uno spettacolo o un lavoro che ti è rimasto nel cuore più di tutti gli altri? Perché? Gli spettacoli che ho fatto hanno tutti una storia meravigliosa e profonda alle spalle tuttavia ne posso citare quattro come rappresentativi: “Un posto luminoso chiamato giorni”, di Tony Kushner, primo spettacolo da professionisti diplomati alla Scuola di Genova; “Carmen”, opera lirica, alla Scala di Milano, per la regia di Emma Dante, “Boxe” di Enrico Ballardini per la regia di Cvilleri Lo Sicco e Sangue Amaro, al Teatro Nazionale di Genova, che ho scritto ed interpretato a distanza di dieci anni dal diploma nello stesso teatro. Tutti hanno in comune un lungo percorso di ricerca con grandi gruppi di lavoro.

Quali sono le principali difficoltà che si incontrano con il lavoro teatrale? Trovare il giusto equilibrio tra studio, sperimentazione e lavoro.

Facendo riferimento allo spettacolo “Ben, animali in cattività”, qual è il messaggio implicito che cercate di trasmettere? Le storie che intendiamo raccontare hanno il compito di coinvolgere il pubblico, emozionarlo e commuoverlo raccontando le vite degli altri facendoci rivivere le nostre.

Qual è stata l’ispirazione per ideare questo spettacolo? Il Natale, inteso come luogo della famiglia , ha fatto innescare il meccanismo drammaturgico per raccontare due persone che cercano di fondare le loro radici proprio attorno a questa festa, e la difficoltà di ricostruire una tradizione, farla propria è il crinale emotivo su cui si basa la loro relazione.

Per concludere, cosa non può mancare per riuscire ad essere un buon attore? Cosa ti sentiresti di consigliare ad un giovane collega che sogna di intraprendere questa strade professionale? Ai giovani e alle giovani colleghe che intendono intraprendere questo percorso mi sento solo di dire di non smettere di essere curiosi e di cercare di accumulare più esperienze possibili, coltivare il senso critico e di viaggiare.

Luisa Natalucci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Ultimi Articoli